Die Sonnenbarke
Letteratura e dintorni, di Marina Taffetani
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Il mio nome è rosso
mercoledì, 10 dicembre 2008, 19:12
copertina Il mio nome è rossoOrhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi, 2001 e 2005. Traduzione dal turco di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin.

«Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo». Inizia così Il mio nome è rosso, romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk, pubblicato in Turchia nel 1998 e in traduzione italiana nel 2001, vincitore del prestigioso IMPAC Dublin Literary Award nel 2003.

Ci troviamo perciò immediatamente di fronte alla scena di un omicidio, sebbene narrato in maniera molto particolare: il titolo del primo capitolo è “Io sono il morto” – strano che sia un morto a parlare della sua stessa uccisione, no?

Ed eccoci subito alla prima particolarità di questo romanzo: i 59 capitoli si dividono fra 20 voci narranti, ognuna delle quali spiega ciò che accade (e, in definitiva, il mondo) dal proprio punto di vista.
E non sono solo i protagonisti del romanzo a parlare, persone in carne e ossa, ma anche, appunto, un morto, e poi vari disegni (un cane, un albero, perfino Satana) a cui il cantastorie della tradizione ottomana presta la propria voce.

Ci troviamo di fronte a un romanzo che si può leggere su diversi piani, perciò può accontentare i più diversi tipi di lettori, anche se il lettore ideale sarebbe ovviamente quello che sa vedere tutti i piani contemporaneamente, che sa godere di tutti questi piani.

Uno dei piani è senz’altro il giallo, il romanzo “poliziesco” sullo stile del Nome della rosa.
C’è un miniaturista assassinato (o meglio, un doratore), un assassino che parla senza mai far capire chi sia, un uomo che deve investigare sul delitto, altrimenti non potrà essere veramente il marito della sua amata Şeküre.

Ed eccoci al secondo piano della narrazione: una storia d’amore.
Nero è stato in esilio volontario da Istanbul per dodici anni, dopo che suo Zio Effendi, padre della bellissima Şeküre nonché capo miniaturista, rifiutò di concedergli la mano dell’amata. In tutti questi anni Nero ha pensato alla donna che continuava ad amare ma, non avendo un ritratto, ha finito per dimenticarne il volto.
Dopo dodici lunghi anni Nero torna a Istanbul e inizia una corrispondenza segreta con Şeküre, grazie all’intermediazione della venditrice di corredi ebrea, Esther.

Il terzo piano, infine, è quello principale: un romanzo sull’arte.
Il sultano Murat III (siamo nell’Impero Ottomano del 1591) ha commissionato a Zio Effendi (e non al miniaturista ufficiale del palazzo, Maestro Osman) un libro per celebrare il millesimo anniversario dell’Egira. Questo libro viene tenuto segreto, tanto che i maestri miniaturisti che vi prendono parte vanno a casa di Zio Effendi di notte per miniare piccole parti di libro separatamente.
Come mai tutta questa segretezza? È presto detto: il Sultano ha deciso di provocare l’invidia dei veneziani, e proprio per questo ha incaricato Zio Effendi dell’esecuzione del libro, dato che questi è stato a Venezia ed è entrato a contatto con l’arte rinascimentale.
Ed ecco il problema: il libro dovrà essere realizzato su imitazione dei metodi europei.

Ecco così che il tema di fondo del libro, accanto e strettamente connesso alla rappresentazione della vita dei miniaturisti ottomani, si rivela essere la contrapposizione fra Oriente e Occidente.

La miniatura ottomana, infatti, nata e sviluppatasi da quella persiana, si rifà alla tradizione degli antichi maestri; visione, questa, incarnata dal maestro miniaturista di corte, Maestro Osman, che aiuterà Nero a smascherare l’assassino.
Si tratta di una miniatura idealizzata, disegnata a memoria dopo aver imitato centinaia di volte i disegni degli antichi maestri. Solo così si potrà disegnare veramente il mondo come lo vede Allah, ed è per questo che i miniaturisti non temono la cecità a cui il loro lavoro inevitabilmente li condanna, ma anzi spesso, da vecchi, la cercano, perché solo così potranno disegnare veramente ciò che Allah vede, liberi da condizionamenti esterni.

La pittura rinascimentale europea, al contrario, ricerca il realismo del disegno, raffigura il mondo così come lo vede l’uomo, e quindi nasce l’arte del ritratto, la prospettiva, l’uso di luci e ombre.

Tutto questo per il predicatore di Erzurum, che in quel periodo va predicando per Istanbul con i suoi seguaci, è blasfemo e peccaminoso, perché non si può pretendere di stravolgere l’ordine gerarchico del mondo disegnando, ad esempio, un cane più grande del Sultano, o abbassando il punto di vista a quello del cane anziché raffigurare tutto dall’alto come lo vede Allah. Si rischia inoltre l’idolatria, perché i ritratti sono così somiglianti alla realtà che l’uomo è portato ad adorare se stesso.

In effetti, per evitare quest’ultimo peccato, l’Islam vieta la possibilità della rappresentazione umana, abilmente aggirata però dalla miniatura persiana e ottomana, commissionata da sultani e pascià e vista come semplice corollario del testo, e non rappresentazione pittorica a sé stante.

È questo, invece, che il libro di Zio Effendi rischia di diventare, ed è per questo che il doratore Raffinato Effendi, spaventato da tutte queste implicazioni, cercherà di mettere paura a uno dei tre maestri miniaturisti e verrà ucciso.

Del libro, peraltro, si potrebbe parlare ancora per ore, perché le diramazioni sono tante, ma non voglio tediarvi.

Voglio solo dire che il libro stesso si pone a metà in questa contrapposizione fra Oriente e Occidente, grazie ai mille rimandi culturali che contiene: da quello già citato a Eco, alle prospettive multiple di Calvino per quanto riguarda l’Occidente; dalla poesia persiana agli stilemi della prosa ottomana ottocentesca per quanto riguarda l’Oriente.

Tutto questo, ovviamente, non può non rimandare all’attualità della Turchia, dove un forte anelito all’occidentalizzazione si contrappone a un altrettanto forte ancoraggio al passato, fino al suo estremo di una pericolosa caduta nel fondamentalismo. Proprio come avviene nel romanzo.

Molti lettori si lamentano del fatto che il romanzo e la scrittura di Pamuk siano prolissi e pedanti. È tutto vero, ma l’effetto è probabilmente voluto, per due ragioni.
La prima è che dovremmo ricordarci che stiamo leggendo l’opera di uno scrittore turco, per quanto occidentalmente postmoderno. Quindi la tradizione è altra.
La seconda, e più importante, è che la scrittura è miniaturistica, nel senso che riflette l’oggetto del romanzo, e questa secondo me è una vera finezza.

Non dico che a tratti non sia pesante, ma dico per contro che questo libro mi è diventato amico, che mi ha tirato su quando ero triste, e che – cosa che non mi succedeva da tempo – non vedevo l’ora di tornare a casa per poter continuare a leggere.
E quindi lo consiglio, se sapete armarvi di pazienza.

*

Per chi fosse interessato, sto scrivendo un saggio su questo romanzo, ma dovrebbe avere la pazienza (di nuovo!) di aspettare un mesetto.

*

Due belle recensioni: una di Gabriella Alù e l'altra, in inglese, di Dick Davis.
L'incipit del libro su Wuz.

*

A proposito di letterature "altre", se qualcuno di voi è interessato a conoscere la letteratura turca e se lacava bene con l'inglese, questo sito offre la possibilità di leggere brani di romanzi, racconti e poesie di molti autori turchi contemporanei in traduzione inglese.
link | commenti (7) | categoria: recensioni e commenti

Commenti
#1   10 Dicembre 2008 - 22:05
 
(-:

brava marina!

ndr
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente unpoapolide

#2   10 Dicembre 2008 - 22:56
 
Concordo pienamente. Questo è il romanzo di Pamuk che ho amato di più in assoluto. Ho vissuto pienamente l'epoca, il luogo e le atmosfere, cosa che non mi è più capitata con gli altri suoi romanzi. Aggiungo che a me non è sembrato affatto pesante, anzi mi ha affascinata dall'inizio alla fine, tanto che non mi decidevo mai a chiuderlo e passavo quasi le notti in bianco.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente PattyBruce

#3   10 Dicembre 2008 - 23:12
 
Sì, Patty, mi ricordavo che tu non l'avevi trovato pesante. Sei una delle pochissime, credo!
Eppure secondo me non è una pesantezza fastidiosa, anche se a tratti si può avvertire.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Sonnenbarke

#4   11 Dicembre 2008 - 15:31
 
Tu scrivi:
La prima è che dovremmo ricordarci che stiamo leggendo l’opera di uno scrittore turco, per quanto occidentalmente postmoderno. Quindi la tradizione è altra.
La seconda, e più importante, è che la scrittura è miniaturistica, nel senso che riflette l’oggetto del romanzo, e questa secondo me è una vera finezza.


Sottoscrivo.

Sono questi due, alla fine, gli elementi che rendono "speciale" questo libro.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gabrilu

#5   11 Dicembre 2008 - 18:31
 
Hai proprio ragione, Gabriella!
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#6   08 Maggio 2009 - 11:58
 
NON E' CHE POTREI AVERE UNA COPIA DEL SAGGIO?
utente anonimo

#7   27 Maggio 2009 - 17:32
 
Anonimo, per avere una copia del saggio come minimo devo sapere chi sei, altrimenti a chi la mando?...
Scrivimi un'email, il mio indirizzo è qui di fianco.
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