[Vi prego vivamente di leggere la lunghissima nausea che segue. È importante, è quella da cui germoglia tutto il resto, comprese altre mille nausee potenziali.
Dall'inizio alla fine, ho tremato dall'inizio alla fine, scrivendola.]
Sul muro di cinta di San Salvi, l’ex ospedale psichiatrico di Firenze, c’è una scritta a caratteri corsivi, in rosso. Andando di fretta, e considerando il fatto che si tratta per l’appunto del vecchio manicomio, si potrebbe leggere “malati di mente”, ma invece c’è scritto “malati di niente”. Davanti a quella scritta passo tutti i giorni, due tre quattro volte al giorno, mattina pomeriggio e sera, perché, per uno strano scherzo del destino, davanti a quel muro io ci abito.
Che i manicomi siano chiusi è una grande conquista di civiltà, ma esistono ancora case di cura e reparti psichiatrici, dove la gente ancora può venire rinchiusa. Che sia giusto nessuno lo mette in dubbio, che esistano problemi reali, concreti, non di ordine pubblico ma veramente di malattia: sono dati di fatto.
Ho sentito dire che esistono ancora, in certi posti, le vecchie cinghie di contenzione, ma sull’affidabilità di chi me l’ha detto non sono pronta a giurare.
Esistono ancora, tuttavia – e questo lo posso giurare – le camicie di forza, strumento vecchio sotto la relativamente nuova forma farmacologica: si chiamano Valium, EN, e altri nomi ancora; si presentano sotto forma di pasticche, gocce, iniezioni. Una pasticca di Xanax o qualche goccia di Lexotan, ci giurerei, l’abbiamo presa in molti, ma per molti è difficile capire come si crolli a terra dopo 5 mg di Valium.
Esiste poi una vasta gamma di farmaci, che vanno sotto il nome collettivo di psicofarmaci, nome che comprende i neurolettici o antipsicotici, gli ansiolitici come quelli che ho citato sopra, gli ipnotici volgarmente detti sonniferi, gli antidepressivi.
Sull’efficacia degli SSRI o serotoninergici – gli antidepressivi più diffusi – si è molto discusso tempo fa in seguito alla pubblicazione di uno studio, mi pare inglese, che ne sosteneva l’effetto praticamente nullo. Ho visto tante persone, anche a me molto vicine, stare bene grazie alle pilloline antidepressive di vario tipo, per cui non mi sognerei di negarne l’efficacia, ma ci sono casi e casi, e va discusso il modo. I serotoninergici sono pilloline poco offensive, che nella maggior parte dei casi provocano – come effetto collaterale – tutt’al più un po’ di sonnolenza e il calo della libido. Poi ci sono gli antidepressivi triciclici, che ormai pochi prescrivono, perché molto più forti, che oltre a far dormire ben più di una dozzina d’ore e a far dimenticare completamente cosa fosse la libido, ti impastano la bocca come avessi mangiato della calce, ti fanno venire la tachicardia, ti fanno addormentare le braccia – in buona sostanza, ti annientano per recuperarti.
Gli antipsicotici (ma non solo loro) come ad esempio il risperidone, ti fanno volentieri ingrassare, anche molto, a velocità vertiginose. Di solito li usano sugli psicotici, appunto: schizofrenici, principalmente, anche malati di Alzheimer.
Sono noti ma estremamente minimizzati gli effetti sulla memoria degli ansiolitici, così come è ben nota la dipendenza che questa tipologia di farmaci può provocare: non per niente, su tutti i foglietti illustrativi di tutti gli ansiolitici troverete scritto che non possono essere usati per più di 8-12 settimane, ivi compreso un periodo di sospensione graduale.
Esiste poi un’altra categoria di farmaci che non sono psicofarmaci ma sono spesso utilizzati in psichiatria, e sono comunemente detti stabilizzatori dell’umore: principalmente si tratta di antiepilettici che andrebbero ad agire sulle fluttuazioni dell’umore, usati principalmente in quei soggetti con crisi maniacali, insomma i bipolari.
Da un po’ di tempo si discute di un eventuale aumento dell’offerta di strutture che forniscano la terapia elettroconvulsivante, volgarmente detta elettroshock. Cosa sia l’elettroshock, lo dice la parola stessa: si tratta di una terapia che, attraverso l’uso di elettrodi applicati sulle tempie, rilascia una scarica elettrica, sottoponendo il paziente, appunto, a uno shock elettrico. In sostanza viene indotta nel paziente una vera e propria crisi epilettica, che a conclusione di un ciclo porterebbe sensibili miglioramenti alla persona gravemente depressa. Per completezza di informazione occorre dire che, contrariamente al passato, ora viene praticato sotto anestesia.
Leggo su D del 20 settembre, ma avevo già letto altrove tempo fa, che, in occasione del trentennale della legge Basaglia (legge 180, che dispose la chiusura dei manicomi), l’Aitec (Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante) ha preparato un documento da inviare al ministro Sacconi, in cui si chiede di «favorire l’installazione dei servizi» di questo trattamento. Attualmente, infatti, in Italia sono “soltanto” 12 le strutture che offrono questo tipo di terapia.
Ora, chiedere di aumentare l’offerta di terapia elettroconvulsivante in occasione del trentennale della legge Basaglia è un po’ come chiedere di ripristinare le leggi razziali in occasione dell’anniversario dell’entrata delle truppe alleate ad Auschwitz.
L’elettroshock è stata l’unica terapia che non mi sia stata proposta, ma credo che si sia trattato solo di un caso fortuito: quando, nel 2005, il mio psichiatra di sempre gettò la spugna, dopo che avevo rifiutato qualunque ricovero, mi suggerì di rivolgermi a uno dei due maggiori psichiatri d’Italia.
Il numero uno è Cassano, che lavora a Pisa ed è largamente artefice di quella psuedo-cultura psichiatrica onnipervasiva nella regione Toscana (regione che si pone fieramente al primo posto in Italia nella prescrizione di psicofarmaci – tanto è vero che il mio medico di famiglia fiorentino me li ha prescritti quando sono stata lasciata) ed è uno dei più accesi sostenitori dell’elettroshock.
Del numero due non dico il nome, perché è quello da cui andai: stranamente non opera in Toscana ma a Roma, ed è un professore da 260 euro a visita.
Nella mia lista non mi hanno fatto mancare niente, dagli antidepressivi di entrambi i tipi più diffusi agli ansiolitici, dai sonniferi agli antipsicotici, agli stabilizzatori dell’umore. Il professore, per completare il quadro, mi prescrisse litio, che è un altro stabilizzatore dell’umore, questa volta un sale, con l’inconveniente di essere potenzialmente tossico, e di richiedere perciò analisi ogni due mesi per accertare che il livello di litiemia del sangue non sia salito sopra il livello di guardia.
Cassano afferma che buona parte della resistenza all’elettroshock sarebbe dovuta all’ignoranza dell’effetto disastroso che malattie come la depressione possono avere: non è certo il mio caso.
Sono la prima a rendermi conto della base biologica di certe malattie come la depressione, e pertanto dell’effetto positivo che le terapie farmacologiche (e non certo elettroconvulsivanti) possono fornire, ma credo che occorra molta più cautela, molta più coscienza, molto più discernimento.
Credo che gli psicofarmaci siano tutt’altro che caramelle, e che non possano essere prescritti come aspirine.
Trovo mostruoso che vengano offerti come soluzione a lutti del tutto naturali come quello causato dalla fine di un amore, o dalla morte di una persona cara, o dalla malattia di un familiare. Offerta sperimentata non solo sulla mia pelle, ma sentita molte volte, da varie testimonianze.
Trovo altrettanto mostruosa la disinvoltura con cui vengono prescritti farmaci realmente pesanti a persone malate. Penso che prima di prescrivere un antipsicotico a una persona etichettata come depressa, si dovrebbe riflettere a lungo sull’eticità di quello che si sta facendo.
Posso testimoniare la dipendenza da ansiolitici, fatti assumere per un anno e mezzo (altro che 8-12 settimane); la perdita di memoria, che anche ora, dopo due anni e mezzo, non è affatto brillante, e infatti devo selezionare attentamente cosa preferisco sforzarmi di ricordare, perché è come un vaso in cui più di tanto non entra; la lentezza del pensiero durata almeno un anno intero dopo la sospensione del mix farmacologico; nonché, naturalmente, i vuoti spaventosi che caratterizzano quei due anni. Nessuno mi metterà in testa che siano vuoti da depressione: sono vuoti da farmaci. Mi sono seduta a ricordare, ho scoperto che, calmate le acque, è possibile recuperare molto, e che fa male, però certi vuoti restano, e non li posso colmare.
Pare, per inciso, che i vuoti di memoria siano uno degli effetti collaterali più comuni dell’elettroshock.
Posso testimoniare anche l’umiliazione di subire le camicie di forza farmacologiche, e nemmeno posso immaginare quella di subire un elettroshock.
Capisco che a un certo livello non si vedano altre alternative, capisco chi sta attorno alla persona malata. Capisco tutto, giusitifico perfino, perdono. Ma sarò sempre dall’altra parte, perché le cicatrici non si cancellano.
E non posso certo giurarci, ma chi può convincermi che si possa passare dagli attacchi di panico a un depressione gravissima, così. Nonostante i farmaci? O proprio a causa dei farmaci?
(Sto leggendo un libro, Il nuovo conformismo, del sociologo ungherese Frank Furedi. Il titolo originale inglese è Therapeutic Culture: secondo Furedi viviamo in un’epoca permeata da quella che lui definisce una “cultura terapeutica”, che psicanalizza tutto, rende tutto patologico, curabile, che offre servizi di counseling terapeutico a bambini di sei anni perché possano gestire lo stress, che inventa nomi per centinaia di nuove patologie, che vede dovunque sindromi da stress post-traumatico e sindromi di qualunque altra cosa. Furedi vive in Inghilterra, il mondo che analizza è quello anglosassone, dove certamente questo tipo di mentalità è assai più radicato che da noi. Eppure, io credo che stia prendendo piede anche qui, divisi come siamo, spaccati come sempre a metà, fra quelli che demonizzano la psicologia e non ti rivolgono più la parola se sanno che hai fatto anni di psicoterapia, e quelli che invece vorrebbero mandare dallo psicologo pure i bambini, e possibilmente prescrivere loro psicofarmaci).
Dall'inizio alla fine, ho tremato dall'inizio alla fine, scrivendola.]
Sul muro di cinta di San Salvi, l’ex ospedale psichiatrico di Firenze, c’è una scritta a caratteri corsivi, in rosso. Andando di fretta, e considerando il fatto che si tratta per l’appunto del vecchio manicomio, si potrebbe leggere “malati di mente”, ma invece c’è scritto “malati di niente”. Davanti a quella scritta passo tutti i giorni, due tre quattro volte al giorno, mattina pomeriggio e sera, perché, per uno strano scherzo del destino, davanti a quel muro io ci abito.
Che i manicomi siano chiusi è una grande conquista di civiltà, ma esistono ancora case di cura e reparti psichiatrici, dove la gente ancora può venire rinchiusa. Che sia giusto nessuno lo mette in dubbio, che esistano problemi reali, concreti, non di ordine pubblico ma veramente di malattia: sono dati di fatto.
Ho sentito dire che esistono ancora, in certi posti, le vecchie cinghie di contenzione, ma sull’affidabilità di chi me l’ha detto non sono pronta a giurare.
Esistono ancora, tuttavia – e questo lo posso giurare – le camicie di forza, strumento vecchio sotto la relativamente nuova forma farmacologica: si chiamano Valium, EN, e altri nomi ancora; si presentano sotto forma di pasticche, gocce, iniezioni. Una pasticca di Xanax o qualche goccia di Lexotan, ci giurerei, l’abbiamo presa in molti, ma per molti è difficile capire come si crolli a terra dopo 5 mg di Valium.
Esiste poi una vasta gamma di farmaci, che vanno sotto il nome collettivo di psicofarmaci, nome che comprende i neurolettici o antipsicotici, gli ansiolitici come quelli che ho citato sopra, gli ipnotici volgarmente detti sonniferi, gli antidepressivi.
Sull’efficacia degli SSRI o serotoninergici – gli antidepressivi più diffusi – si è molto discusso tempo fa in seguito alla pubblicazione di uno studio, mi pare inglese, che ne sosteneva l’effetto praticamente nullo. Ho visto tante persone, anche a me molto vicine, stare bene grazie alle pilloline antidepressive di vario tipo, per cui non mi sognerei di negarne l’efficacia, ma ci sono casi e casi, e va discusso il modo. I serotoninergici sono pilloline poco offensive, che nella maggior parte dei casi provocano – come effetto collaterale – tutt’al più un po’ di sonnolenza e il calo della libido. Poi ci sono gli antidepressivi triciclici, che ormai pochi prescrivono, perché molto più forti, che oltre a far dormire ben più di una dozzina d’ore e a far dimenticare completamente cosa fosse la libido, ti impastano la bocca come avessi mangiato della calce, ti fanno venire la tachicardia, ti fanno addormentare le braccia – in buona sostanza, ti annientano per recuperarti.
Gli antipsicotici (ma non solo loro) come ad esempio il risperidone, ti fanno volentieri ingrassare, anche molto, a velocità vertiginose. Di solito li usano sugli psicotici, appunto: schizofrenici, principalmente, anche malati di Alzheimer.
Sono noti ma estremamente minimizzati gli effetti sulla memoria degli ansiolitici, così come è ben nota la dipendenza che questa tipologia di farmaci può provocare: non per niente, su tutti i foglietti illustrativi di tutti gli ansiolitici troverete scritto che non possono essere usati per più di 8-12 settimane, ivi compreso un periodo di sospensione graduale.
Esiste poi un’altra categoria di farmaci che non sono psicofarmaci ma sono spesso utilizzati in psichiatria, e sono comunemente detti stabilizzatori dell’umore: principalmente si tratta di antiepilettici che andrebbero ad agire sulle fluttuazioni dell’umore, usati principalmente in quei soggetti con crisi maniacali, insomma i bipolari.
Da un po’ di tempo si discute di un eventuale aumento dell’offerta di strutture che forniscano la terapia elettroconvulsivante, volgarmente detta elettroshock. Cosa sia l’elettroshock, lo dice la parola stessa: si tratta di una terapia che, attraverso l’uso di elettrodi applicati sulle tempie, rilascia una scarica elettrica, sottoponendo il paziente, appunto, a uno shock elettrico. In sostanza viene indotta nel paziente una vera e propria crisi epilettica, che a conclusione di un ciclo porterebbe sensibili miglioramenti alla persona gravemente depressa. Per completezza di informazione occorre dire che, contrariamente al passato, ora viene praticato sotto anestesia.
Leggo su D del 20 settembre, ma avevo già letto altrove tempo fa, che, in occasione del trentennale della legge Basaglia (legge 180, che dispose la chiusura dei manicomi), l’Aitec (Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante) ha preparato un documento da inviare al ministro Sacconi, in cui si chiede di «favorire l’installazione dei servizi» di questo trattamento. Attualmente, infatti, in Italia sono “soltanto” 12 le strutture che offrono questo tipo di terapia.
Ora, chiedere di aumentare l’offerta di terapia elettroconvulsivante in occasione del trentennale della legge Basaglia è un po’ come chiedere di ripristinare le leggi razziali in occasione dell’anniversario dell’entrata delle truppe alleate ad Auschwitz.
L’elettroshock è stata l’unica terapia che non mi sia stata proposta, ma credo che si sia trattato solo di un caso fortuito: quando, nel 2005, il mio psichiatra di sempre gettò la spugna, dopo che avevo rifiutato qualunque ricovero, mi suggerì di rivolgermi a uno dei due maggiori psichiatri d’Italia.
Il numero uno è Cassano, che lavora a Pisa ed è largamente artefice di quella psuedo-cultura psichiatrica onnipervasiva nella regione Toscana (regione che si pone fieramente al primo posto in Italia nella prescrizione di psicofarmaci – tanto è vero che il mio medico di famiglia fiorentino me li ha prescritti quando sono stata lasciata) ed è uno dei più accesi sostenitori dell’elettroshock.
Del numero due non dico il nome, perché è quello da cui andai: stranamente non opera in Toscana ma a Roma, ed è un professore da 260 euro a visita.
Nella mia lista non mi hanno fatto mancare niente, dagli antidepressivi di entrambi i tipi più diffusi agli ansiolitici, dai sonniferi agli antipsicotici, agli stabilizzatori dell’umore. Il professore, per completare il quadro, mi prescrisse litio, che è un altro stabilizzatore dell’umore, questa volta un sale, con l’inconveniente di essere potenzialmente tossico, e di richiedere perciò analisi ogni due mesi per accertare che il livello di litiemia del sangue non sia salito sopra il livello di guardia.
Cassano afferma che buona parte della resistenza all’elettroshock sarebbe dovuta all’ignoranza dell’effetto disastroso che malattie come la depressione possono avere: non è certo il mio caso.
Sono la prima a rendermi conto della base biologica di certe malattie come la depressione, e pertanto dell’effetto positivo che le terapie farmacologiche (e non certo elettroconvulsivanti) possono fornire, ma credo che occorra molta più cautela, molta più coscienza, molto più discernimento.
Credo che gli psicofarmaci siano tutt’altro che caramelle, e che non possano essere prescritti come aspirine.
Trovo mostruoso che vengano offerti come soluzione a lutti del tutto naturali come quello causato dalla fine di un amore, o dalla morte di una persona cara, o dalla malattia di un familiare. Offerta sperimentata non solo sulla mia pelle, ma sentita molte volte, da varie testimonianze.
Trovo altrettanto mostruosa la disinvoltura con cui vengono prescritti farmaci realmente pesanti a persone malate. Penso che prima di prescrivere un antipsicotico a una persona etichettata come depressa, si dovrebbe riflettere a lungo sull’eticità di quello che si sta facendo.
Posso testimoniare la dipendenza da ansiolitici, fatti assumere per un anno e mezzo (altro che 8-12 settimane); la perdita di memoria, che anche ora, dopo due anni e mezzo, non è affatto brillante, e infatti devo selezionare attentamente cosa preferisco sforzarmi di ricordare, perché è come un vaso in cui più di tanto non entra; la lentezza del pensiero durata almeno un anno intero dopo la sospensione del mix farmacologico; nonché, naturalmente, i vuoti spaventosi che caratterizzano quei due anni. Nessuno mi metterà in testa che siano vuoti da depressione: sono vuoti da farmaci. Mi sono seduta a ricordare, ho scoperto che, calmate le acque, è possibile recuperare molto, e che fa male, però certi vuoti restano, e non li posso colmare.
Pare, per inciso, che i vuoti di memoria siano uno degli effetti collaterali più comuni dell’elettroshock.
Posso testimoniare anche l’umiliazione di subire le camicie di forza farmacologiche, e nemmeno posso immaginare quella di subire un elettroshock.
Capisco che a un certo livello non si vedano altre alternative, capisco chi sta attorno alla persona malata. Capisco tutto, giusitifico perfino, perdono. Ma sarò sempre dall’altra parte, perché le cicatrici non si cancellano.
E non posso certo giurarci, ma chi può convincermi che si possa passare dagli attacchi di panico a un depressione gravissima, così. Nonostante i farmaci? O proprio a causa dei farmaci?
(Sto leggendo un libro, Il nuovo conformismo, del sociologo ungherese Frank Furedi. Il titolo originale inglese è Therapeutic Culture: secondo Furedi viviamo in un’epoca permeata da quella che lui definisce una “cultura terapeutica”, che psicanalizza tutto, rende tutto patologico, curabile, che offre servizi di counseling terapeutico a bambini di sei anni perché possano gestire lo stress, che inventa nomi per centinaia di nuove patologie, che vede dovunque sindromi da stress post-traumatico e sindromi di qualunque altra cosa. Furedi vive in Inghilterra, il mondo che analizza è quello anglosassone, dove certamente questo tipo di mentalità è assai più radicato che da noi. Eppure, io credo che stia prendendo piede anche qui, divisi come siamo, spaccati come sempre a metà, fra quelli che demonizzano la psicologia e non ti rivolgono più la parola se sanno che hai fatto anni di psicoterapia, e quelli che invece vorrebbero mandare dallo psicologo pure i bambini, e possibilmente prescrivere loro psicofarmaci).





