Die Sonnenbarke
Riflessioni letterarie e non
Chi sono

Blogger: Sonnenbarke
Nome: Marina
Sono una pasionaria, nel bene e nel male.

Qui trovate qualcosa in più

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
  • Iscriviti a questo blog


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Segnala il blog
  • Powered by Splinder

Subscribe with Bloglines

Creative Commons License
Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Scrivimi

marina.taffetani[at]gmail.com

marina.taffetani[at]email.it
Mi trovi anche su...

On Translation
Flickr
del.icio.us
In evidenza

Leggete poesia? Non la leggete? Dite la vostra. Qui
Libri indispensabili

*Auto da fé - Elias Canetti
*1984 - George Orwell
*Macbeth - William Shakespeare
*La metamorfosi - Franz Kafka
*Le città invisibili - Italo Calvino
*Il mondo nuovo - Aldous Huxley
*Cecità - José Saramago
*Un segno invisibile e mio - Aimee Bender
*Sostiene Pereira - Antonio Tabucchi
Sto leggendo

Categorie

arte
attualità
citazioni
il poeta
personalia
poesia
pot-pourri
recensioni e commenti
scrittura
traduzione
varie librario-letterarie
Archivio

oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
--- 2006 ---
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
--- 2005 ---
dicembre 2005
Indice delle recensioni

Elenco alfabetico delle recensioni (per autore)
Ultimi commenti

Sonnenbarke in È quel che è
Dichtung in È quel che è
utente anonimo in Racconti di Roald Da...
Sonnenbarke in Alla volta dell'isol...
Sonnenbarke in Non riesco a dormire...
unpoapolide in Hör mich atmen
Mdnstyle in Non riesco a dormire...
utente anonimo in Hör mich atmen
Dichtung in Alla volta dell'isol...
Dichtung in Alla volta dell'isol...
Link utili

Amnesty
Archivi del '900
Artcyclopedia
Bol
Exibart
Dictionary.com
Fresco Di Stampa
Internet Bookshop Italia
Internet Culturale
Italia Libri
Italia Pianeta Libro
La Frusta!
La Repubblica
Lyrikline
Many Books
Masters of Photography
Nessuno Tocchi Caino
Projek Gutenberg-DE
Radicali
SBN
UAAR
Wikipedia
Zam
Letture

Aiorosblog
Amfortas
Babsi Jones
Bella Triste
Bioetica
Blogdegradabile
Buràn
Denisocka
Diego D'Andrea
Eddiemac
Falso idillio
Herzog
I Sognatori
Krapp's Last Post
L'albero huang
Letturalenta
Licenziamento del poeta
Maliarda
Maura
Mdn Style
Metilparaben
Miscugli
Miss Brodie
Modeste
Niederngasse
Non Solo Proust
Opéra Bouffe
Paese d'ottobre
Patty Bruce
Postillario
Remo Bassini
The Bell Jar
Tonino Pintacuda
Un po' apolide
Case editrici degne di nota

Adelphi
e/o
Editrice Bibliografica
Gorée
Heimat
I Sognatori
Ombre Corte
Reclam
Sylvestre Bonnard
Taschen
Titivillus
Ubulibri
Zandonai
Simpatie



Calvin and Hobbes
Nichtlustig
Contatore

*loading* visitatori

Firmino
martedì, 22 luglio 2008, 20:11
FirminoNon è facile dire qualcosa di un libro di cui si è parlato così tanto ultimamente. Tutti conoscono la storia, tutti sanno di cosa parla, tutti sanno tutto.

A questo, manca leggerlo. L'avete letto? Io l'ho letto.
In due giorni.
Firmino ti porta via con sé, e non puoi richiuderlo, una volta aperto. Almeno, se lo sai leggere.

Ho curiosato in giro per la rete, per leggere le recensioni, non quelle dei critici, ma quelle dei lettori veri, che i critici mi perdonino. Al solito, quando un romanzo vende molto, il pubblico si divide in quelli che lo amano e quelli che lo odiano.

Una nota sola, a chi dice che la metafora del "topo di biblioteca" è esausta: il libro è stato scritto da un americano. Negli USA si parla l'inglese. In inglese l'espressione "topo di biblioteca" non contempla il topo, perché si dice "bookworm". Verme dei libri.

Ora è uscita la storia del plagio. Non posso giudicare, non avendo letto il libro di Ciccarone. Leggerli entrambi e giudicare. Ricordarsi che il libro dello scrittore italiano è stato ripubblicato (e rieditato) da Fanucci dopo la bagarre, dopo otto anni dalla prima pubblicazione.
Leggere questo post, che mi sembra oggettivo, "professionale" e ben scritto (sullo stesso blog, consiglio di leggere la recensione di Firmino e quella della Bibliotecaria).

Poi, il mio parere.
Firmino è uno dei libri più belli che abbia letto ultimamente. Scusate se vi sembra un'affermazione altisonante.
Non è solo un libro su un topo lettore, è un libro sulla solitudine, come ho letto da qualche parte in rete (un qualche commento su Anobii, credo).
Firmino mangia i libri per non morire di fame, perché è il meno veloce di tredici fratelli, e la sua mamma ratta ha solo dodici capezzoli. Il primo libro che mangia è la sua culla, il Finnegans Wake. Mangia, e poi legge. E così smette di mangiarli, per leggerli.
È solo, Firmino, è un emarginato. Diverso dagli altri topi (anziché le ratte, gli piacciono le donne), pensa che lo considerino un pervertito, uno scherzo di natura. Legge per vivere. Ma si sente uomo, non ratto. E perciò è ancora più emarginato. È in un corpo non suo. Evita gli specchi perché gli ricordano che è un topo, non un uomo. Si immagina uomo. Vive nella fantasia. Immagina storie, vuole scrivere la sua. Immagina, inventa, e finisce per confondere la fantasia con la realtà, come Chuang Tzu nell'epigrafe, che sogna di essere farfalla, e finisce per non sapere più se è Chuang Tzu o farfalla.
Non è l'unico solitario-antisociale-emarginato del romanzo.

È dolce, Firmino. È dolce ma umano, dolce perché umano.

Se non sapete la tenerezza, non lo leggete.
Se non amate ciò che non sia altamente intellettuale, non lo leggete.
Se non sapete venire a patti col vostro lato bambino in un'anima adulta, non lo leggete.
In tutti gli altri casi, leggetelo. Se non vi piacerà, sarà perché non sapete staccarvi dal cervello, per leggere col cuore.
link | commenti | categoria: recensioni e commenti
È quel che è
domenica, 20 luglio 2008, 14:36
Erich Fried, È quel che è, Poesie d'amore di paura di collera, Einaudi, 1988. Traduzione di Andrea Casalegno, nota introduttiva di Luigi Forte.
[Titolo originale Es ist was es ist. Liebesgedichte Angstgedichte Zorngedichte, pubblicato nel 1983 dal Verlag Klaus Wagenbach].


Ho conosciuto Erich Fried grazie a una poesia pubblicata da Liseuse (che ora si chiama Ilsa) sul suo vecchio blog Luxus Linguae. Era una poesia d'amore, forse una delle più belle della raccolta. Non quella che si trova sulla copertina e che dà il titolo al libro, che non è, secondo me, una delle migliori.
Comunque, mi era piaciuta, perciò ho pensato di acquistare il libro. L'ho preso qualche sera fa e l'ho letto in pochi giorni.

Erich Fried era un poeta austriaco di origine ebrea, costretto come molti altri a fuggire in Inghilterra dopo che suo padre fu ucciso di botte dalla Gestapo. Nato nel 1921, morì nel 1988. Ha pubblicato molti libri di poesia, racconti, un romanzo ed è stato traduttore dall'inglese, soprattutto di Shakespeare.
La sua poesia ha trattato spesso temi politici, è stata una poesia di dissenso e di denuncia. Ma, con la vecchiaia e l'avvicinarsi della morte, «i toni sono più sfumati e generici, i dettagli avari; si è smussata una certa irruenza» (cito dall'introduzione).

Questa raccolta è divisa in quattro sezioni.
La prima è spiccatamente a tema amoroso, il sentimentale si intreccia spesso all'erotico. È una poesia semplice, piana, di facile lettura, copiosamente anaforica, a tratti risulta forse perfino cantilenante. Ingenua, si direbbe. Diretta, più precisamente, non mediata.
Le altre tre sezioni comprendono le poesie di paura e di collera citate nel sottotitolo. Soprattutto di collera. Temi ancora politici, la guerra, l'attualità, ma non solo. Qui il versificare si fa meno semplice: ancora più ingenuo rispetto ad altri poeti germanofoni come può essere ad esempio Celan, ma meno lineare e anche meno breve.
Di neologismi e di giochi linguistici è piena la raccolta, sembra tratto caratteristico di Fried.

Per questioni più tecniche, non so dire.

La traduzione di Casalegno è molto bella ma, come spesso accade in poesia (e qui ancora di più) le composizioni perdono molto se lette in traduzione, perché il versificare tedesco di Fried è molto musicale, ritmico e melodico.

Riporto quattro poesie, prima in originale e poi nella traduzione di Andrea Casalegno.
La prima è una di quelle che più perdono in traduzione. La seconda è quella che lessi da Liseuse. La terza contiene una dichiarazione di poetica di cui sarebbe bello discutere, se qualcuno ne avesse voglia. La quarta è qualcosa su cui riflettere.
Vi basteranno anche come poesia della settimana.

In fondo trovate anche qualche link. Scusate, ma sono praticamente tutti in tedesco, in italiano non ho trovato quasi niente.

*

Rückfahrt nach Bremen

Spätherbst
der erste Schnee
die Nachtstraßen
eisglatt
aber zu dir hin

Dann im Morgengrauen
die Bahn
monoton
ermüdend
aber zu dir hin

Quer durch dein Land
und quer
durch mein Leben
aber zu dir hin

Zu deiner Stimme
zu deinem Dasein
zu deinem Dusein
zu dir hin


Ritorno a Brema

Tardo autunno
la prima neve
le strade di notte
ghiacciate
ma verso te

Poi all'alba
la ferrovia
monotona
stancante
ma verso te

Attraverso il tuo paese
e attraverso
la mia vita
ma verso te

Verso la tua voce
verso il tuo essere
verso il tuo essere tu
verso te

*

Was?

Was bist du mir?
Was sind mir deine Finger
und was deine Lippen?
Was ist mir der Klang deiner Stimme?
Was ist mir dein Geruch
vor unserer Umarmung
und dein Duft
in unserer Umarmung
und nach ihr?

Was bist du mir?
Was bin ich Dir?
Was bin ich?


Che cosa?

Che cosa sei per me?
Che cosa sono per me le tue dita
e che cosa le tue labbra?
Che cos'è per me il suono della tua voce?
Che cos'è per me il tuo odore
prima del nostro abbraccio
e il tuo profumo
nel nostro abbraccio
e dopo?

Che cosa sei per me?
Che cosa sono per te?
Che cosa sono?

*

Eine Stunde

Ich habe eine Stunde damit verbracht
ein Gedicht das ich geschrieben habe
zu korrigieren

Eine Stunde
Das heißt: In dieser Zeit
sind 1400 kleine Kinder verhungert
denn alle 2½ Sekunden verhungert
ein Kind unter fünf Jahren
in unserer Welt

Eine Stunde lang wurde auch
das Wettrüsten fortgesetzt
und 62 Millionen achthunderttausend Dollar
wurden in dieser einen Stunde ausgegeben
für den Schutz der verschiedenen Mächte
voreinander
Denn die Rüstungsausgaben der Welt
betragen derzeit
550 Milliarden Dollar im Jahr
Auch unser Land trägt dazu
sein Scherflein bei

Die Frage liegt nahe
ob es noch sinnvoll ist
bei dieser Lage der Dinge
Gedichte zu schreiben.
Allerdings geht es
in einigen Gedichten
um Rüstungsausgaben und Krieg
und verhungernde Kinder.
Aber in anderen geht es
um Liebe und Altern und
um Wiesen und Bäume und Berge
und auch um Gedichte und Bilder

Wenn es nicht auch
um all dies andere geht
dann geht es auch keinem mehr wirklich
um Kinder und Frieden


Un'ora

Ho passato un'ora
a correggere
una poesia che avevo scritto

Un'ora
Cioè: uno spazio di tempo in cui
1400 bambini sono morti di fame
perché ogni due secondi e mezzo muore di fame
un bambino sotto i cinque anni
nel nostro mondo

E per un'ora è andata avanti
anche la corsa agli armamenti
e 62 milioni ottocentomila dollari
sono stati spesi in quella sola ora
per proteggere le diverse potenze
le une dalle altre
Perché le spese militari nel mondo
ammontano al momento
a 550 miliardi di dollari l'anno
Anche il nostro paese contribuisce
con il suo obolo

Viene spontaneo domandarsi
se abbia ancora senso
in una situazione come questa
scrivere poesie.
È vero che
certe poesie si occupano
di guerre e spese militari
e di bambini che muoiono di fame.
Ma altre si occupano
di amore e di vecchiaia e
di prati e alberi e montagne
e anche di poesie e quadri

Se non ci si occupa anche
di tutto il resto
non ci si occupa sul serio
neppure di bambini e pace

*

Es gab Menschen

Es gab Menschen
die haben Menschen den Kopf abgeschlagen
nicht aus Zorn
sondern weil das ihr Beruf war
den sie gelernt hatten.
Es war kein schwerer Beruf
denn sie mußten nicht jeden Tag
ja nicht einmal jede Woche
einen Kopf abschlagen
freilich manchmal gleich zwei oder drei.
Aber bezahlt wurden sie regelmäßig
dafür daß sie sich bereithielten zum Kopfabschlagen
und für jeden Kopf den sie wirklich abschlugen
bekamen sie eine Zulage zu ihrer Bezahlung.
Und die abgeschlagenen Köpfe
waren meistens die Köpfe derer
die den Kopf geschüttelt hatten über die Zeit
und auch über das Amt
Menschen den Kopf abzuschlagen.

Das war die Vergangenheit
aber sie wurde bewältigt
und das sah so aus
daß zu den Menschen die Köpfe abschlugen
Menschen kamen die ihnen sagten sie müßten
jetzt keine Köpfe mehr abschlagen sondern sie sollten
deshalb nicht den Kopf hängen lassen denn sie seien
Beamte und nicht entlassen
nur im Ruhestand mit Pension.
Das war die Bewältigung der Vergangenheit
und die abgeschlagenen Köpfe schüttelten nicht den Kopf
weil abgeschlagene Köpfe nicht den kopf schütteln können.

Jetzt gibt es Menschen
die keine Köpfe abschlagen
sondern helfen mit Erdarbeiten und mit Betonbauarbeiten
Häuser und Unterstände und Wachtürme bauen für fremde Menschen
die kommen mit Apparaten mit denen sie dann
wenn sie auf einen Knopf drücken gleich hunderttausend Menschen
oder auch zweihunderttausend mit einem Schlag töten können.
Aber »mit einem Schlag« das heißt nicht die Köpfe abschlagen
sondern heißt all diese Menschen Männer Frauen und Kinder
verbrennen oder sofort in Staub verwandeln
oder einige Stunden oder auch Tage lang langsam töten.
Und die die Anlagen bauen für diese Menschen und Apparate
Und auch die Menschen die die Apparate bedienen
tun das nicht aus Zorn sondern weil das ihr Amt ist.
Und das ist die Gegenwart
und wir haben sie nicht bewältigt
denn es schütteln zwar manche Menschen heute den Kopf über sie
aber zu wenige um sie zu ändern und bis jetzt
viel zu enige die mehr tun als nur den Kopf schütteln.


Ci sono stati uomini

Ci sono stati uomini
che hanno tagliato la testa ad altri uomini
non mossi da ira
ma perché era il loro mestiere
e l'avevano imparato.
Non era un mestiere difficile
perché non dovevano
tagliare una testa al giorno
e neppure una volta alla settimana
certo qualche volta due o tre di seguito.
Ma erano pagati regolarmente
perché si tenessero pronti a tagliare le teste
e per ogni testa tagliata davvero
ricevevano un supplemento di paga.
E le teste tagliate
erano per lo più le teste di coloro
che su quei tempi avevano scosso la testa
e anche sulla mansione
di tagliare ad altri la testa

Questo era il passato
ma venne superato
e precisamente:
dagli uomini che tagliavano le teste
andarono uomini e dissero loro che non dovevano
più tagliare teste ma non per questo
dovevano perdersi d'animo perché erano
statali e non licenziati
bensì a riposo e con la pensione.
Questo fu il superamento del passato
e le teste tagliate non scossero la testa
perché teste tagliate non possono scuotere la testa.

Adesso ci sono uomini
che non tagliano teste
ma aiutano con lavori di sterro e calcestruzzo
a costruire case e rifugi e osservatori per stranieri
che vengono con dispositivi con cui poi
premendo un bottone possono uccidere centomila uomini
o anche deucentomila con un solo colpo.
«Con un solo colpo» non vuol dire però tagliare le teste
ma bruciare o trasformare d'un tratto in polvere
o uccidere lentamente in qualche ora o giorno
tutta questa gente uomini donne e bambini
E chi costruisce gli impianti per uomini e dispositivi simili
e anche gli uomini che azionano i dispositivi
non lo fanno mossi da ira ma perché è la loro mansione.
E questo è il presente
e non l'abbiamo superato
perché è vero che su di esso molti scuotono la testa
ma troppo pochi per cambiarlo e finora
troppo pochi che non si limitino a scuotere la testa.

*

Link:

La pagina di Wikipedia su Erich Fried (qui una paginetta in italiano).
Il sito dedicato a Erich Fried dalla sua casa editrice tedesca Klaus Wagenbach.
Un ottimo sito su Erich Fried: contiene anche, oltre a tutta la bibliografia, i link a varie sue poesie sparse per la rete.
link | commenti (2) | categoria: poesia, recensioni e commenti
Hör mich atmen
martedì, 15 luglio 2008, 22:40
Era perfettamente aderente, come una seconda pelle. Come una prima pelle. Tanto che non me ne accorgevo. Non me ne ricordavo, forse, o forse addirittura non lo sapevo.
Poi ho avvertito una sensazione, un lembo che si sollevava.
Non credo che fosse solo un lembo.

Odio stare senza maschera.

[Qualcuno mi ha detto riccio. Era la parola giusta, sì].

*

Un'altra cosa, collegata ma decisamente diversa (almeno come soggetto pensato).

È stato un errore per molti motivi. Gli ho detto che era presuntuoso per cercare di frenare manie di grandezza che in quel momento non c'erano.

Però.

Fra amici, parenti, amanti e conoscenti, sei l'unico con cui io non sia emotivamente anoressica.

1-0 per te, R. (A 0 sono io, meglio puntualizzare).

*

Non ho fatto apposta. Ma come titolo mi è venuto questo, "ascoltami respirare".
Ma sono poco originale. L'idea che avevo in testa era, ovviamente, un brano degli Einstürzende Neubauten.
Giuro che non ho fatto apposta. Un'associazione di idee. Ma è quello che dice:

Hör mich nur atmen
doch das beweist nichts

inmitten meiner Kreise
doch deren Mitte bin ich nicht

regungslos
wartend
wartend

Wenn du kommst, kommst du mit Licht
du kommst strahlend
zehrst meinen Schatten auf
zählst meine Kerben
und schlägst mich auf
öffnest mein Versteck
und liest mich laut
damit auch ich
mich
hören kann

wenn du gehst, fragst du:
wer von uns beiden glaubst du
ist der Geliebte? Wer von uns
ist der Geliebte?

È Fiat Lux, da Haus der Lüge. Qui c'è la traduzione in italiano, ho ritrovato il sito.
link | commenti (2) | categoria: poesia, personalia
Alla volta dell'isola
lunedì, 14 luglio 2008, 18:00
Arnold Böcklin, L'isola dei morti
Alla volta dell'isola, a fianco dei morti,
fin dal bosco abbracciati al tronco scavato,
le braccia attorniate da cieli-avvoltoi
le anime cinte da saturnei anelli:

così, liberi ed estranei, vogano costoro,
i maestri del ghiaccio e della pietra:
fra il clamore di boe sprofondanti,
fra i latrati del mare color squalo.

Essi vogano, vogano, vogano -:
Voi, morti, voi, nuotatori, avanti!
Ingabbiato anche questo nella nassa!
E domani svapora il nostro mare!

Paul Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, 1996, traduzione di Giuseppe Bevilacqua.

Di seguito l'originale:

Inselhin

Inselhin, neben den Toten,
dem Einbaum waldher vermählt,
von Himmeln umgeiert die Arme,
die Seelen saturnisch beringt:

so rudern die Fremden und Freien,
die Meister vom Eis und vom Stein:
umläutet von sinkenden Bojen,
umbellt von der haiblauen See.

Sie rudern, sie rudern, sie rudern -:
Ihr Toten, ihr Schwimmer, voraus!
Umgittert auch dies von der Reuse!
Und morgen verdampft unser Meer!

*

Il quadro è L'isola dei morti, di Arnold Böcklin, questa è la terza versione del 1883 e l'immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Arnold_B%C3%B6cklin. Può darsi che non c'entri molto con la poesia, visto che secondo Bevilacqua si tratta di un «tentativo di portarsi al di là della morte e dello sterminio per ritrovare la soglia indimenticata della prima esistenza, l'Itaca che è stata inghiottita dal mare della storia». Tuttavia, è quello che mi è venuto in mente leggendola.
link | commenti (5) | categoria: poesia, arte
sabato, 12 luglio 2008, 03:06
Non riesco a dormire. È l'ultima notte in bianco, lo so perché me lo sono ripromessa.

Mi sono buttata sotto la doccia per mezz'ora perché mi infastidiva quel profumo che conoscevo tanto bene. Dopo mi ha chiamato L., che mi offre ogni volta uno spicchio di meraviglia, e nemmeno se ne accorge.

Sono andata a far due passi da sola, un ubriaco mi ha gridato dal balcone che io rappresento l'eccellenza, e da quello che ha detto poi ho pensato che fosse un'incarnazione del mio inconscio: "non sei adeguata?" mi ha detto, "io spero che tu lo sia". Giuro, urlava così in via Gioberti.
Ho incontrato l'architettino che mi aveva abbordato mesi fa, lui non mi ha riconosciuta, ovviamente: un bel salto, da minigonna-stivali-trucco a gonna lunga e niente trucco perché fa caldo (anche se L. mi dice sempre che sono bella quando la metto, e infatti io l'ho messa apposta).
Poi ho parlato mezz'ora in tedesco con un brasiliano che parlava solo in portoghese, e naturalmente ci ha provato, ma solo alla fine, quantomeno.

Così brutta, forse no [come se fosse l'unico possibile attributo caratterizzante per una donna, non abbiamo imparato niente, altro che femminismo, altro che radicalismo].

Mi rimane in eredità il farmi sempre schifo davanti allo specchio, l'essere ossessionata da ogni minima imperfezione, da ogni pelo fuori posto.
Si dice che sono elegante, per forza, è l'unica arma che mi resta. [Il cervello è troppo poco, non gli è mai bastato, e noi non abbiamo imparato niente, noi donne].

Essere nobile non m'importa, essere buona nemmeno, vorrei essere io, se posso, umana come tutti.
Ma non mi trovo più, mi sono persa.

Non è l'assenza che mi fa male, ora, per niente: ora non più. È il fallimento, materiale come un muro, vedo solo quello.
Ho perso due anni di vita per la depressione, e altri due per averli dedicati *completamente* a un Errore. Non tornano.
Non so dove si ricomincia, come si ricomincia, dove si mettono le pezze, come ci si rialza, dove si finisce di capire gli errori e si inizia da capo. Non lo so fare, vorrei indicazioni dall'alto, non mi va.

Mi butto sulle uniche cose che ho. Ho scoperto che ho riempito una pagina del libretto, fanno 10 esami. Di cui 7 da aprile a giugno. Sono quasi tutti 30 con o senza lode, tranne tre. Brava brava. Clap clap clap.

Dopo quella volta che ho pianto 12 ore, ho scoperto che si può chiedere aiuto. Che la gente ti aiuta, se chiedi.
Diceva che sono stata male per due anni [io non ho il certificato di guarigione dalla depressione, mi manca tantissimo, come simbolo], allora mi pareva brutto stare male.
Mi attacco alle mie risorse, ringrazio, ho scoperto qualcosa di veramente bello.

Non sono una sfigata, sono proprio una fallita perdente: la sfigata è una poverina su cui la jella si accanisce, io me le cerco.

Ho sempre badato molto ai simboli, li voglio anche se sono solo simboli di qualcosa che in concreto esiste.
La persona che c'era prima, in tre anni, non mi ha mai detto "ti amo"; lui me lo diceva all'inizio, mi diceva che mi amava follemente, poi ha smesso. Sono due parole simboliche, ma ci ho sempre tenuto.

Ho sbagliato tutto, chiedo perdono prima di tutto a me stessa, ma trovo un muro, non mi vedo disposta a perdonare. A perdonarmi.
Mi diceva di assolvere me stessa. Non mi va più, ho sbagliato troppo, si passa all'essere idioti.

Non so dove sia finito tutto quell'amore, è scomparso un giorno, dissolto dopo aver pianto 12 ore.

Ho sbagliato tutto. Tutto. Non in questa storia, nella vita.

Domani sarà diverso, domani saprò convivere con l'avvoltoio [andarsene, non se ne andrà (mai)]. Quando sono da sola, mi pare che - . È per questo che non voglio l'estate, ma non l'ho saputa evitare.

Per me no, ma dall'altra parte, forse, era un copione. È l'impressione. Ma non importa.
È vero, ho amato troppo.

Non voglio più, grazie.

[Sembra delirante, tutto questo. Ma sono sobria, bevo solo acqua, e non sto nemmeno piangendo. No.]

[Lo so che non dovevo, ma fa lo stesso. Tante cose non si dovevano, dall'altra parte, tante.]
link | commenti (5) | categoria: personalia
martedì, 08 luglio 2008, 22:37
Oggi 8 dialer. L'altro giorno 4 trojan. Et cetera. Ma che gli faccio di male io a questo povero computer?

[È una macumba. Questo succede da quando qualcuno mi ha passato una chiavetta con un virus. Un ricordo? Come dire, puoi cancellare tutto, ma ti impiattolo il pc per sempre, per ricordo?]
link | commenti (2) | categoria: pot-pourri
Endangered and minority languages in Europe
lunedì, 07 luglio 2008, 22:56
I language geeks potrebbero trovare interessanti queste due segnalazioni che faccio di là.
link | commenti | categoria: pot-pourri
Poesia della settimana
domenica, 06 luglio 2008, 17:43
Al cancello si aggrumano le vittime
volti nudi e perfetti
chiusi nell'ignoranza,
paradossali mani
avvinghiate ad un ferro,
e fuori il treno che passa
assolato leggero,
uno schianto di luce propria
sopra il mio margine offeso.

Alda Merini, da La Terra Santa, Scheiwiller, 1984
link | commenti | categoria: poesia
sabato, 05 luglio 2008, 14:31
Non credo agli oroscopi, ma ogni tanto li leggo, così, per fare.

Mi pare degno di nota quello di questa settimana su D (cartaceo - quello online è diverso):

«... quel lupo della steppa ... sciolto nel fuoco morale di un rinnovato esame di se stesso, doveva mutarsi, strapparsi la maschera e diventare un nuovo io (H. Hesse, Il lupo della steppa, pag. 51). Non avete bisogno di fare gesti violenti o frettolosi. La maschera è caduta da molto, ne resta solo qualche lembo, che scivola via leggero. L'Io vive il rinnovamento. Non è sgradito il cambiamento. Lo mostrate nel modo di gestire le relazioni, più tranquillo, senza sbilanciamenti emozionali. Ciò non significa che il lupo sia ammansito, seduto sul divano, sotto l'ombrellone, con l'occhio fisso, lo sguardo spento. In voi la vitalità non s'addormenta mai.»

Non è sgradito affatto. Dove si comincia, però?
link | commenti (2) | categoria: pot-pourri
Hitler e dintorni
martedì, 01 luglio 2008, 21:08
Immagine di Hitler e l'enigma del consensoIan Kershaw, Hitler e l'enigma del consenso, Laterza, 2004.

Recentemente mi sono trovata a leggere due libri che portano nel titolo il nome del più feroce dittatore mai esistito.
Il primo è questo saggio storico di Ian Kershaw, che si interroga su come Hitler sia potuto giungere al potere in uno stato culturalmente evoluto come la Germania.
Hitler era stato un giovane per nulla brillante, rifugiatosi a Monaco per non essere costretto al servizio militare nell'esercito austriaco, che comunque lo dichiarò inidoneo per costituzione troppo debole. Entrato in politica, tentò un colpo di stato a Monaco sulla scia del successo conseguito in Italia da Mussolini. Fu imprigionato, subito scarcerato, dopo pochi anni gli venne concessa la cittadinanza tedesca (era, infatti, austriaco).
Ma perché il popolo tedesco lo seguì? Le ragioni sono banali.
Il popolo tedesco si sentiva ingiustamente oppresso dalle dure sanzioni imposte alla Germania in seguito alla fine della prima guerra mondiale. Le riparazioni richieste erano altissime, la nazione era in uno stato di prostrazione, con livelli di disoccupazione assai elevati: una situazione a cui la Repubblica di Weimar stentava ad offrire un soluzione concreta.
Hitler era l'uomo nuovo: abile demagogo, si presentava come colui che avrebbe risollevato la Germania dallo stato di prostrazione in cui era stata fatta cadere, l'uomo che avrebbe ridato al Paese quei territori che gli spettavano di diritto. Con la politica del riarmo la disoccupazione fu sconfitta in pochissimo tempo. Questo ai tedeschi piacque.
Non importava, perciò, che la politica antisemita fosse chiarissima fin dall'inizio, esplicitata in vari discorsi pubblici. Non solo generico razzismo: sebbene inizialmente non ci fosse un piano preciso, Hitler parlò anche, esplicitamente, di sterminio della razza ebraica. L'antisemitismo era assai diffuso in tutta Europa, sotto forma, inizialmente, di antigiudaismo, e quindi di discriminazione religiosa e non razziale. Il terreno era fertile, pronto ad accogliere tutto ciò che fosse venuto, bisognoso di un capro espiatorio. Un male minore, da liquidare velocemente, da lasciarsi alle spalle, compensato dal bene che Hitler avrebbe portato.
Kershaw cita anche il concetto weberiano di potere carismatico, che «si basa sulla percezione, da parte di un "seguito" di fedeli, del senso della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader riconosciuto». Ed è a causa di questo potere che, anche quando la disfatta della Germania era ormai chiara, non ci furono praticamente tentativi di rovesciare il Führer, se non l'attentato ad opera di von Stauffenberg, nato nella consapevolezza di non poter comunque ricondurre la Germania alla ragione.

L'analisi di Kershaw è molto articolata e ridurla in poche righe è praticamente impossibile: è inevitabile perdere moltissimo. La lettura è vivamente consigliata. A tutti, e soprattutto a chi pensa che il terrore congiunto delle SS e della Gestapo sia stata l'unica causa dell'avvento al potere di Hitler (che, ricordiamolo ancora una volta, vinse regolarmente le elezioni).

Una recensione su Iperstoria.



Immagine di Hitler era innocenteAldo Moscatelli, Hitler era innocente, I Sognatori, 2008.

Il secondo non è un libro su Hitler, e non è un saggio. È l'ultimo romanzo di Aldo Moscatelli, che si rivela uno scrittore estremamente eclettico, capace di confrontarsi con il giallo, i racconti più o meno onirici e, ora, il romanzo storico.
Quella che vedete qui a fianco non è la copertina, ma la riproduzione di un quadro a olio di Francesca Santamaria. La copertina, infatti, con scelta tanto anticommerciale quanto coerente, è completamente nera. Intendo proprio completamente: non c'è scritto neanche il titolo, niente, solo un nero angosciante. La ragione è spiegata nel sito della casa editrice: «Il nero totale e totalizzante della copertina, al riguardo, è teso a sottolineare l’oscurità del periodo storico preso in esame, il buio che inghiottì la civiltà e la ragione umane, e che persiste ancora oggi a mietere nuove vittime, e a produrre nuovi carnefici.»
Il romanzo si apre con la notizia, comunicata al telefono, dell'uccisione di un uomo. Poi, partono i ricordi. Il protagonista, Felicien Delacroix, ricorda la sua permanenza nel lager Libertà. Un lager diverso dagli altri, dove gli ebrei sono la minoranza, dove uomini e donne non sono separati. Un lager destinato, principalmente, ad accogliere gli altri indesiderabili, quelli di cui la storia ci parla un po' meno: i dissidenti politici, gli omosessuali, i criminali, gli asociali (e ancora). Anche ebrei, ma non solo.
Il protagonista, ad esempio, è nel campo di concentramento perché ebreo, ma anche e soprattutto perché pensatore. Perché ha osato offrire a un avventore della sua libreria (nipote di un SS) una copia della Civil Disobedience di Thoreau, in risposta alla sua richiesta del Mein Kampf.
Felicien descrive la vita nel lager, ma ne descrive soprattutto l'interiorità dei deportati, che nel block, la sera, a volte, parlano fra di loro, cercndo di dare un senso a quello che stanno subendo. Felicien racconta i rapporti che si instaurano, ci fa vedere questi disperati da dentro.
Narra in prima persona, il protagonista, e non dev'essere stato facile per uno scrittore giovane calarsi nella mente di un deportato, anzi, di molti deportati: perché, benché a narrare sia Felicien, ciò che udiamo è il punto di vista di tutti i personaggi.
Quello che emerge, infine, oltre a tutto ciò che si può immaginare (la violenza cieca, il tentativo di non abbrutirsi, la ricerca di un senso), è l'assurdità mostruosa di un regime che si rivolge contro se stesso, che deporta e rinchiude la sua stessa linfa vitale. Che si nutre di contraddizioni, di un consenso di massa che è, appunto, un enigma.
I deportati vogliono ricordare, e Felicien lo fa a suo modo, scrivendo. Perché la memoria non deve andare persa, perché non accada più, anche se continua ad accadere.
Il finale è illuminante e, di nuovo, coraggioso. Ovviamente non ve lo posso raccontare, ma tocca una ferita attuale, difficile.
Un libro coraggioso in tutto, quindi, a partire dal mero involucro, che in questo caso è più che mai parte integrante della narrazione, per passare al titolo, provocatorio, che non vuole significare altro che quello che Kershaw dice col suo saggio: non certo che Hitler fosse innocente, ma che il popolo fu entusiasta, e che sapeva, che era consapevole.

Vorrei citare un passo soltanto, che mi ha colpito a inizio libro: «L'etimologia stessa lo suggerisce: leggere vuol dire raccogliere, entrare in possesso di qualcosa che non si ha. Arricchirsi. La lettura di un romanzo non può mutare la realtà e tutto ciò che vi è in essa, ma può aiutarci a comprenderla. Non è illusione, ma superamento delle verità precostituite, quelle che la società impone agli individui del suo tempo. Il Mein Kampf ne era zeppo. Ma la lettura non può essere ingiunta o vietata con le armi, perché in questo modo perde il suo significato originario. Smarrisce se stessa. La lettura, quella vera, incita al confronto, spinge l'appassionato ad andare oltre, a leggere il simile e il dissimile. Imporre o propibire la lettura è pura barbarie, omicidio delle idee, negazione della libertà per eccellenza: quella di scegliere cosa raccogliere.»

La prova più alta del Moscatelli scrittore e, a mio parere, il libro più bello finora pubblicato dalla casa editrice. Inoltre, cito di nuovo dal sito dell'editore, «il 10% di ogni copia venduta (in riferimento al prezzo di copertina) verrà devoluto alle associazioni che si occupano di mantenere vivi i ricordi legati alla follia dei campi di concentramento, o che risultano socialmente impegnate nella salvaguardia di valori umani imprescindibili».

Infine, vorrei segnalare la recensione del libro scritta da PattyBruce.

 
link | commenti (4) | categoria: recensioni e commenti
1 2 3 4 5 6 7 8 9 ...
successiva
ultima

Template by Sonnenbarke
Splinder logo
ultimi post | tag | utenti online | foto | video | audio
crea il tuo blog gratis su Splinder